Esposito Andreana

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Assetti societari e rischio penale....

Esposito Andreana
31,00 €
A 20 anni dalla entrata in vigore del d.lgs. n. 231/2001 gli strumenti di compliance si sono moltiplicati (anche nel diritto penale) ponendo al centro dell'agire di impresa l'archetipo dell'auto-regolamentazione. I modelli in conformità sono aumentati interessando diversi settori: dalla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro alla disciplina antiriciclaggio, dall'ambiente alla protezione della privacy. Da ultimo, con il Codice delle imprese e dell'insolvenza, il principio di correttezza organizzativa diventa definitivamente clausola generale della buona gestione aziendale. Gli strumenti organizzativi e di vigilanza cui la alluvionale produzione normativa "speciale" ha dato luogo, seppur caratterizzati da finalità diverse, riproducono medesime procedure e duplicano medesimi controlli, in una quasi totale assenza di coordinamento. Oltre a causare dispersioni di efficacia e di congruità operativa, gli interventi legislativi hanno spostato definitivamente l'asse dal Modello 231, che è diventato "solo" uno dei momenti di organizzazione preventiva, perdendo la sua centralità. Una centralità che, al contrario, deve essere recuperata, portando a sistema i variegati frammenti di compliance secondo una proiezione unitaria. È, cioè, necessario costruire un rinnovato Modello di organizzazione e di gestione uniforme, che, fungendo da cornice, rifletta più descrizioni di compliance. I singoli frammenti devono essere, tuttavia, coordinati in modo armonioso affinché il Modello sia anche espressione di continuità e di chiusura. Per poter riacquistare la sua funzione - e quindi efficacia e interesse - il Modello 231 non deve presentarsi isolato; al contrario deve definirsi in rapporto alla trama della narrazione della compliance cui gli enti sono tenuti. Soltanto se integrato all'interno di una correlazione, esso è infatti in grado di assumere senso (e forza).

Il diritto penale «flessibile»....

Esposito Andreana
Giappichelli

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57,00 €
La giurisprudenza elaborata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo e dalla Commissione europea dei diritti dell'uomo ha creato un vero e proprio diritto delle libertà, che costituisce oggi patrimonio giuridico comune dei Paesi aderenti al Consiglio d'Europa. Fondato sul principio di sussidiarietà, naturalmente incline alla pluralità di riferimenti normativi e giurisdizionali, il sistema della Convenzione europea sui diritti dell'uomo ha generato un processo di partecipazione tra enti nella tutela dei diritti fondamentali, determinando una erosione della sovranità degli Stati. Si è così assistito alla formazione di una sorta di diritto comune, derivato dai diversi sistemi giuridici dei Paesi aderenti alla Convenzione, che, a sua volta, si è innestato nei singoli sistemi nazionali al fine di minimizzare le differenze. I diritti dell'uomo non indicano più il contenuto della regola di diritto, ma la regola di giudizio, che permette di tracciare il limite tra ciò che può e non può essere diritto. Il cambiamento di funzione è evidente. Scopo di questo lavoro è verificare l'esistenza, il grado e l'intensità dei vincoli di politica criminale e giudiziaria provenienti dalle istanze europee di tutela dei diritti dell'uomo. Stabilire, in altri termini, attraverso l'analisi della la giurisprudenza europea elaborata dagli organi di tutela di Strasburgo, se sia possibile trarre dal sistema europeo dei diritti dell'uomo un modello di intervento penale che si imponga a tutti gli organi statali.